Thomas Nispola, nuova voce nel panorama europeo di poesia (Foto Anna Castellari)Thomas Nispola ha gli occhi irriverenti dei giovani poeti. Giornalista di Tolosa, redattore a Radici, rivista multilingue di cultura e attualità italiane, a diffusione francese, sa tenere gli occhi bene aperti sul mondo: e offre uno spaccato della società attuale attraverso i suoi versi taglienti. Senza dimenticarsi della tradizione culturale francese, inglese, spagnola: un mix europeo che si è concretizzato al Trieste Poetry Slam di quest’anno. Le sue immagini surrealiste ci trapanano la testa come immagini di Buñuel e del suo Perro andaluz. I suoi nevermore rimandano ad allitterazioni in sospeso tra Edgar Allan Poe e Paul Verlaine. A tratti ironico, a tratti angosciante, fa rivivere all’uomo moderno le angosce esistenzialiste attraverso i suoni metallici e discordanti dei suoi versi. Contribuendo a restituire, chissà, un ruolo concreto ai poeti, spesso considerati ai margini della società.





Pubblichiamo qui due sue poesie lette in occasione del Trieste Poetry Slam.


C’è un’altra persona

C’è un’altra persona aldisopra del mio occhio
C’è un’altra persona nel davanti della mia testa

L’ho detto
L’ho detto perché si sapesse
L’ho detto perché non si faccia come niente fosse

C’è un’altra persona aldisopra del mio occhio
C’è un’altra persona difronte alla mia testa

Idealmente, non ci sono per nessuno
Nel mio ideale, nessuno è qui per me

Per il mio ideale, percorro i sentieri di una montagna secca
E il mio cane è figlio del Messico

che fa partire le tartarughe-fontane dalla pietra
Nel mio ideale, sono il sardo che s’inclina un po’ verso la terra

e la pugnala
Il sardo che si serve le labbra giunte
Perché sa che non si parla con la terra
Ma neanche con gli uomini

Nel mio ideale, il tempo diventa quello di una radice
Il tempo diventa il tempo di una radice che entra in un’acqua che entra in un uomo
E che cerca l’intruso
Giacché conosce le tacite reti che legano la pancia all’anima e il fegato alla parola

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Il mio ideale, sono io in una città che marcio e macino il modo di disarcionare gli stronzi
Sono io che cammino e rumino il modo di dire cos’è un arnarco
Sono io che marcio e divento un po’ meno marcio
Ogni passo mi avvicina alla velocità della luce
Ogni passo prolunga un po’ la mia vita

Da quando i miei piedi hanno deciso per la mia testa
Da quando il tempo non ha più padrone

E ha deciso per i miei piedi
Da quando sono alla mercè del tempo, al suo servizio, tra le sue mani buone
Talvolta poggio un po’ la testa sul petto del mio ideale
Per contemplare l’orrore dei padiglioni e il pretesto dei gitani
Per vedere i cerchi tracciati nei campi che hanno fatto l’uomo

Dai padri del fabbricante di tartarughe
Quei campi che ora fanno i polli!
Ho la testa reclinata per vedere questi cerchi
E i cerchi di allucinazioni che si disegnano nei tuoi occhi quando ti parlo
Eppure ti chiedevo di stare qui




Guardo intorno a me. Non sono nei cerchi

e sono solo.

Quando finiscono di parlarmi


Del cervo che si reincarna

Di una freccia nel suo cuore
E di uno schizzo rosso che zampilla dalla testa
Mi alzo rapido e me la filo.
Perché nessuno parli in mia vece
A chi mi è simpatico, che si è tatuato la guancia.


Noi non siamo più poeti

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

Non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti scrutiamo dall’alto

Delle linee telefoniche

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti scrutiamo dall’alto

dei fili elettrici

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti scrutiamo


appollaiati alle antenne

della tivù

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti scrutiamo dai campi nei quali spigoliamo
Mentre tu passi con la tua

automobile e vai a pagare
il diritto
di circolare
in automobile

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti guardiamo mentre entri nelle scuole nelle domeniche di maggio
Mentre spiegazzi undici fogli
E scegli il capo di una moltitudine

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

Non abbiamo un leader noi


Le stagioni
ci conoscono
non ti hanno mai visto

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E pare inoltre che noi corvi si viva a lungo vero?

Tu non saprai mai

Preferisci mettere tra te e

noi
Un paraurti
Applausi, ragioni d’esistere
Consiglieri dell’ufficio di collocamento, fili, fili, fili

Preferisci tra te e
noi

apporre libri
e giornate
e René Char incellofanati


Sotto un paio di dvd porno

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E le lingue non c’imprigionano
Le lingue ci sciolgono e noi le sciogliamo
Impossibile prenderci in ostaggio insieme ad una lingua

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ci ritroviamo talvolta
In tre in sette o in centomila
Laddove tu proprio non avresti mai pensato
E lo senti questo casino?!

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ci caviamo gli occhi da soli
Per sfuggire alla tirannia dell’arcobaleno
E liberare lo spettro

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E ti veniamo dietro

Quando sei per strada insieme a tuo figlio
Quando gli spieghi la vita

Noi non siamo più poeti
Corvi noi siamo

E dalla tua finestra entriamo una sera

Per farti diventare pazzo
E ad ogni tua domanda
Risponderemo ormai

Nevermore

(Traduzione dal francese di Anna Castellari) 


Tutti i primi martedì del mese, Thomas Nispola e l’associazione Hélicon organizzano serate di poetry slam nel caffè “Le Celtic” a Tarbes (Hautes-Pyrénées). «Con Hélicon, cerchiamo di diffondere la cultura, di lasciarla fare a chi se la sente e di superare le divisioni dii stile e di generazione» afferma Nispola. Sono tutte serate gratuite o a participazione libera: slam, proiezioni di film in presenza del regista, serate funk, presto anche teatro ed altro.